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Muore l'inventore della password per computer

Muore Ferdinando Corby Corbató, l'inventore della password per il computer: oggi sempre più ingombrante, ma ancora necessaria.
Muore Ferdinando Corby Corbató, l'inventore della password per il computer: oggi sempre più ingombrante, ma ancora necessaria.
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La usiamo decine di volte ogni giorno, per accedere ai nostri dispositivi in assenza di tecnologie più moderne, come ad esempio i sistemi biometrici. La necessità di ricorrere a password, amate e odiate che siano, è entrata ormai da decenni nell'immaginario comune, forte di una routine divenuta praticamente universale. Eppure quel gesto - a volte anche noioso - che diamo per scontato non nasce dal nulla, ma ha un inventore: Ferdinando "Corby" Corbató.

Il ricercatore del MIT è venuto a mancare negli scorsi giorni, alla veneranda età di 93 anni: la sua intuizione risale agli anni '60 e ha cambiato profondamente l'universo dei computer, così come oggi lo conosciamo. Ma ha ancora senso parlare di password, in tempi moderni?

La storia in pillole

Ogni giorno milioni di persone accendono i più svariati dispositivi - dai laptop ai device da tastiera - e compiono un gesto ripetuto: l'inserimento della password di sblocco.

Questa necessità non si limita solo ai dispositivi, ma anche ai servizi online: serve una password praticamente per far tutto, dalla consultazione della propria casella di posta elettronica all'accesso allo storage cloud, passando per molto altro ancora. Una misura di sicurezza che forse non sarebbe nata senza l'intuizione di Ferdinando Corbató, il padre della parola chiave.

Era l'inizio degli anni '60 quando il ricercatore del MIT decise di sviluppare il concetto di account utente per accedere a un singolo computer, tutt'oggi molto popolare. Corbató lo sviluppò per il CTSS - il Compatible Time-Sharing System, uno dei primissimi sistemi operativi della storia - introducendo il concetto di password informatica. Ogni singolo utente, per poter accedere alla macchina, si sarebbe dovuto identificare tramite la digitazione di una parola chiave.

Ai tempi si trattava di una semplice necessità di "compartimentazione" dei vari account, come lo stesso esperto ha confermato nel 2014 nel corso di un'intervista riportata da Engadget, ma è stato il primo e irreversibile passo per una migliore sicurezza digitale.

Apparve subito evidente, con diversi lustri d'anticipo rispetto all'apparizione sul mercato dei primi computer consumer, l'imperativo di proteggere la singola macchina dall'accesso non autorizzato o da occhi indiscreti.

L'approccio del ricercatore portò allo sviluppo, oltre che alle password d'accesso, anche dei sistemi operativi così come oggi li si conoscono: dalla presenza di un file system alla gerarchia dei file, passando per la privacy incorporata a livello di codice.

Password: un problema moderno?

Per quanto utili - per non dire indispensabili - le password stanno diventando sempre più un problema moderno, perdendo la loro immediatezza ed efficacia. La moltiplicazione dei servizi che ne fanno ricorso genera confusione - tanto che spesso e volentieri la parola chiave viene dimenticata, costringendo ad avviare le procedure di recupero - e sempre più di frequente le chiavi vengono scoperte da malintenzionati, pronti a sfruttarle a proprio vantaggio.

Una conseguenza negativa costantemente in crescita, nonostante le campagne d'informazione e la richiesta di trovare parole chiave univoche, mediamente lunghe e realizzate con un mix alfanumerico per renderne meno istantanea la scoperta.

Le grandi società informatiche hanno cercato le più svariate strade per ovviare al problema della confusione da password: i browser le possono memorizzare per un comodo utilizzo futuro, spopolano i password manager per delegare al software la necessità di ricordare parole chiave e sorgono i più svariati sistemi biometrici alternativi. Dalla scansione delle impronte digitali all'analisi dell'iride, passando per il riconoscimento 3D del volto, tutte le software house si sforzano per evitare la memorizzazione di lunghe e noiose stringhe di caratteri.

Eppure questi sistemi, per quanto comodi, non possono ancora rappresentare dei sostituti perfetti per la password, tutt'oggi essenziale per il loro funzionamento.

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