La Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su un tema che incrocia giurisprudenza, informazione e tecnologia: il diritto all’oblio nei confronti dei motori di ricerca. Con la sentenza n. 14488 del 30 maggio 2025, la Prima Sezione civile ha riconosciuto a un cittadino italiano, assolto in via definitiva dopo essere stato coinvolto in un’inchiesta per associazione mafiosa, il diritto a non vedere più associato il proprio nome a contenuti ormai superati che ne riportavano l’arresto.
La notizia era rimasta disponibile online per oltre un decennio. Nonostante l’assoluzione intervenuta già nel 2015, cercando il nome dell’uomo su Google si continuava a essere indirizzati verso articoli che descrivevano l’arresto e le accuse iniziali, ma non l’esito favorevole del processo. Dopo il rifiuto del motore di ricerca di procedere alla deindicizzazione, il caso è stato portato davanti al Tribunale di Milano, che ha respinto l’istanza, ritenendo prevalente l’interesse pubblico all’informazione. Tuttavia, in sede di ricorso, la Suprema Corte ha annullato la decisione, riconoscendo la fondatezza del diritto all’oblio in presenza di contenuti non aggiornati e lesivi della dignità personale.
A curare il ricorso sono stati gli avvocati Angelica Parente e Domenico Bianculli del foro di Roma, che hanno posto l’accento sull’impatto reputazionale della permanenza online di notizie obsolete e non coerenti con la verità processuale. “La decisione è importante – osservano – perché ribadisce che l’indicizzazione su Google non è neutra: contribuisce attivamente alla costruzione della visibilità di una persona sul web. E in certi casi, perpetua un danno.”
Ma cosa succede, dal punto di vista tecnico e giuridico, quando un cittadino chiede a Google di rimuovere contenuti dai risultati di ricerca? E con quali criteri viene valutata una richiesta di deindicizzazione?
Come funziona la rimozione degli URL su Google
Dal 2014, in seguito alla nota sentenza “Google Spain” della Corte di Giustizia UE (C-131/12), gli utenti europei possono richiedere la rimozione di determinati URL contenenti informazioni personali non più rilevanti, sproporzionate o non aggiornate, quando digitano il proprio nome nel motore di ricerca.
Questo perché Google, grazie al suo sistema di crawler automatizzati, scansiona costantemente milioni di pagine web e le indicizza in base a una serie di criteri algoritmici che includono autorevolezza della fonte, popolarità e pertinenza rispetto al nome della persona digitata. Il risultato? Basta cercare un nominativo per ottenere, in pochi secondi, una sorta di dossier digitale sulla persona, che spesso include articoli di cronaca, vecchie segnalazioni giudiziarie, comunicati stampa o contenuti aggregati tramite servizi come Google News. È in questo modo che la SERP di Google finisce per assumere, nel tempo, il ruolo di una vetrina reputazionale permanente.
Non si tratta di eliminare il contenuto alla fonte, ma di rendere più difficile trovarlo nei risultati associati a una persona fisica.
Il procedimento avviene così:
- l’utente compila un modulo online messo a disposizione da Google , specificando gli URL da rimuovere e spiegando i motivi per i quali debbano ritenersi obsoleti, inesatti o non pertinenti ai fini del trattamento dei dati sul motore di ricerca;
- Google valuta il bilanciamento tra interesse pubblico alla notizia e diritto alla privacy dell’individuo, tenendo conto di fattori come l’età della notizia, il ruolo pubblico del soggetto, l’accuratezza del contenuto e l’attualità dell’interesse alla consultazione.
Il contenuto, se ritenuto rimuovibile, viene deindicizzato dalle versioni europee di Google: non è più visibile nei risultati di ricerca effettuati con quel nome. Ma resta accessibile, ad esempio, cercando parole chiave generiche o direttamente sul sito che l’ha pubblicato.
Google, tuttavia, conserva un margine discrezionale nella valutazione. E non è raro che, in caso di rigetto della richiesta, l’utente debba adire le vie giudiziarie. È proprio in questo contesto che la sentenza della Cassazione interviene, rafforzando le tutele giuridiche dell’individuo. Vi consigliamo di leggere il nostro approfondimento su come cancellare notizie da Google, scritto in collaborazione con Cyber Lex, società esperta in reputazione web.
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Il peso della sentenza: una svolta giurisprudenziale
La decisione della Corte, oltre a offrire giustizia al singolo ricorrente, contribuisce a chiarire l’orientamento italiano in materia di diritto all’oblio. In particolare, i giudici di legittimità sottolineano che l’interesse pubblico all’informazione non è eterno né assoluto. Quando una notizia è superata e l’aggiornamento dell’informazione non è avvenuto, la sua permanenza associata al nome dell’individuo può produrre effetti ingiustamente stigmatizzanti.
Nel caso esaminato, l’unico effetto residuo della presenza online delle notizie era quello di danneggiare l’immagine dell’uomo, ormai riconosciuto del tutto estraneo ai fatti. Avv. Angelica Parente: “Una situazione del genere rischia di violare il principio di presunzione di innocenza e la dignità digitale della persona, ormai riconosciuta anche dal GDPR (articolo 17, diritto alla cancellazione dei dati). Il tempo è una dimensione fondamentale dell’informazione. La permanenza non aggiornabile di un dato non è una garanzia di verità, ma può diventare una forma di disinformazione per omissione”.
La sentenza si inserisce in una linea interpretativa che sta progressivamente ridefinendo i confini del diritto all’oblio nell’era digitale, toccando la delicata materia della rimozione di notizie da Google per la reputazione online. Non come censura dell’informazione, ma come strumento di riequilibrio tra la memoria della rete e l’identità individuale. In una società sempre più data-driven, dove i motori di ricerca giocano un ruolo decisivo nella formazione della reputazione, la deindicizzazione diventa spesso l’unica tutela effettiva per chi è stato assolto, riabilitato o semplicemente dimenticato dalla cronaca.
Memoria, giustizia ed internet devono coesistere, ma anche sapersi parlare. Il web – luogo per eccellenza dell’informazione e della ricerca – non può sottrarsi a questa responsabilità.
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La sentenza in sintesi
La Prima Sezione civile della Corte di Cassazione ha stabilito che, nei giudizi sulla deindicizzazione dai motori di ricerca di notizie legate a vicende giudiziarie passate, la valutazione del giudice di merito può essere censurata in Cassazione se vengono contestati il metodo seguito e il rispetto dei criteri di proporzionalità e ragionevolezza. In particolare, quando è in gioco il diritto all’autodeterminazione informativa, il fatto concreto deve essere valutato anche alla luce di elementi come la notorietà del soggetto, il tempo trascorso e l’interesse pubblico alla notizia. Nel caso in esame, la Corte ha annullato la decisione che aveva respinto la richiesta di deindicizzazione di articoli riferiti a un’accusa mafiosa poi caduta in Cassazione, ritenendo ingiustificata la loro permanenza online, soprattutto in assenza di aggiornamenti sulla successiva assoluzione.
In collaborazione con Cyberlex
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