Google Panda: cos’è, come difendersi

2 settembre 2011

Dal 12 Agosto 2011 Google ha introdotto “Panda” anche in Italia. Il nome, derivato da quello di un ingegnere di Mountain View (Navneet Panda) specializzato in algoritmi di apprendimento automatico, indica l’aggiornamento al sistema con cui Google calcola la pertinenza di una pagina alla ricerca eseguita dall’utente. Google Panda, dunque, influisce anche sulla posizione che una pagina web avrà nella pagina dei risultati (SERP, search engine result page). Google Panda, chiamato ufficialmente “aggiornamento dell’algoritmo per i siti di alta qualità”, è uno dei maggiori cambiamenti che Google ha mai introdotto, in un colpo solo, al suo sistema di classificazione e ha influito profondamente sulla visibilità di un sito nell’indice di ricerca, comportando forti penalizzazioni e altrettanto forti miglioramenti.

In questo articolo vedremo in primo luogo cosa è Panda e come è nato, vedremo poi come capire se si è stati colpiti o no dalla modifica e, infine, analizzeremo alcune delle soluzioni per difendersi da questa modifica e daremo informazioni, nell’ultima pagina, su come applicarle. Alla fine dell’articolo indicheremo anche alcuni degli articoli comparsi nelle settimane precedenti che hanno contribuito a comprendere meglio questo aggiornamento.

Che cos’è Panda

Panda affonda le radici in Caffeine, la nuova architettura di ricerca che ha consentito a Google negli ultimi anni di ampliare e rendere più veloce l’indicizzazione dei contenuti. Con l’introduzione di Caffeine, Google si è trovato, sono parole del capo del team di classificazione di Google Amit Singhal, a dover fronteggiare la classificazione di un gran numero di “contenuti di scarsa qualità”. Nell’ottica di Google Panda serve a premiare, nelle pagine dei risultati di ricerca, siti affidabili che forniscono contenuti di qualità: originali, ben scritti, utili e dall’alta leggibilità.

Per definire il sistema scientifico (e computazionale) che fosse in grado di distinguere automaticamente i siti di alta qualità da quelli di bassa qualità, Google ha iniziato dalle persone. Un ingegnere di Mountain View ha stilato un set di domande che sono state sottoposte ai quality raters, personale reclutato per valutare la qualità delle ricerche di Google. Il tono delle domande, probabilmente le stesse che sono state pubblicate successivamente da Google stessa, era: “Considerereste il sito una fonte autorevole nel momento in cui viene nominato?”, “Vi aspettereste di trovare l’articolo in una rivista, un’enciclopedia o un libro cartacei?”, “Nell’articolo ci sono troppi annunci che distolgono l’attenzione dai contenuti principali o interferiscono con essi?” e così via.

Dalle riposte a questo set di domande Google ha creato una definizione di quello che può essere considerato di bassa qualità e lo ha trasformato in algoritmi in grado di calcolarlo matematicamente. Per farlo Google utilizza i milioni di dati che ricava dal suo sito di ricerca, dalla Google toolbar e da decine di altri strumenti che ogni utente utilizza quotidianamente.

Capire come faccia è abbastanza semplice. Se, ad esempio, un utente cerca su google.it hotel a Roma”, clicca il primo risultato e poi torna subito indietro per cliccare il secondo (e non tornare), vuol dire che quel primo risultato non ha soddisfatto le sue aspettative, mentre il secondo sì. Se questo è il comportamento non di uno, ma di migliaia di utenti, Google avrà un segnale che quel primo risultato non è utile.

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