Android Studio 1.0: caratteristiche principali

7 gennaio 2015

Android Studio si è rivelato da subito un ottimo strumento per sviluppare app, e quello che in molti aspettavano era la fine della fase di progetto Beta. Proprio l’8 dicembre scorso Google ha annunciato la pubblicazione della prima major release di Android Studio. Con la versione 1.0 ha infatti termine la fase di sperimentazione di uno strumento che, dalla sua prima comparsa al Google I/O 2013, ha raccolto la fiducia e le speranze di moltissimi programmatori Android.

Ambiente di lavoro agile, basato su IntelliJ IDEA di JetBrains, questa IDE nasce appositamente per Android. Il suo marchio di fabbrica è la volontà di rendere più produttivo il lavoro del programmatore offrendo un editor snello, template di applicazioni già pronti, molti tool di supporto e soprattutto una totale apertura al mondo Google, dai dispositivi indossabili fino al Cloud.

Installazione

Preparare un ambiente di lavoro per Android Studio non è molto differente da farlo con Eclipse ADT; dovremo essenzialmente avere a disposizione:

  • un JDK (Java Developement Kit) di versione non inferiore alla 6;
  • il pacchetto di installazione di Android Studio;
  • l’Android SDK.

Per assicurarsi che il primo requisito sia rispettato, apriamo un terminale ed eseguiamo il comando seguente:

javac -version

Se il comando javac non viene trovato è molto probabile che il JDK non sia disponibile nel sistema o che, per lo meno, non siano stati impostati correttamente i percorsi. In tal caso, è necessario rimediare subito ricorrendo ai pacchetti di installazione e alle istruzioni offerte dall’ apposita pagina del sito di Oracle.

Se invece siamo fortunati, vedremo apparire un output con la versione del JDK installato, simile al seguente:

javac 1.7.0_21

Dopo questa verifica preliminare, si può procedere al download di Android Studio dal sito ufficiale.

Una volta decompresso il pacchetto, all’interno della cartella bin sarà presente l’eseguibile studio.sh (su sistemi Linux) o studio.exe (nella versione Windows), che avvierà l’IDE.

Infine, Android Studio va necessariamente collegato con un Android SDK. Se non si è scaricata una versione bundle, ci si dovrà procurare un SDK scaricandolo dal link precedentemente indicato o riutilizzandone uno già presente sulla macchina. In entrambi i casi, l’IDE ne richiederà il path di installazione al primo avvio.

Iniziare a lavorare

Appena completata l’installazione, avvieremo l’IDE. Si aprirà la schermata di Quick Start. Si può decidere velocemente se creare un nuovo progetto o aprirne uno precedente. Scegliendo la prima opzione, Start a new Android Studio Project, inizia una procedura di creazione guidata, molto essenziale, che permette di fissare immediatamente gli aspetti salienti dell’applicazione senza perdersi in dettagli.

Ciò a cui Android Studio dà molta importanza è aiutare il programmatore ad impostare l’impianto di base dell’applicazione, senza “reinventare la ruota” ma utilizzando, ove possibile, pattern consolidati.

Vengono quindi richiesti:

  • nome del progetto e package Java;
  • destinazione finale: applicazione smartphone/tablet, dispositivi indossabili (Android Wear), TV o altro;
  • struttura dell’applicazione in base alla sua tipologia. Nel caso, ad esempio, di un’app per dispositivi mobili si potrà avere un progetto vuoto o già allestito con comuni strutture: Google Maps integrata, fragments, NavigationDrawer e molte altre ancora.

Terminata l’impostazione del progetto, si può iniziare a prendere confidenza con l’ambiente.

Nel menu Tools sono presenti alcuni strumenti particolarmente utili:

  • AVD Manager: gestore dei dispositivi virtuali, utilizzabili per il test delle applicazioni. Una volta invocato si può richiedere la creazione di un nuovo emulatore scegliendone le caratteristiche. Al termine lo si può avviare ed utilizzare per l’esecuzione della propria app;
  • SDK Manager: permette di scegliere quali strumenti e piattaforme avere a disposizione nel proprio Android SDK. Nella interfaccia che si apre si possono richiedere nuovi strumenti che saranno scaricati e collocati nella giusta posizione.

Iniziando a sviluppare il primo codice con Android Studio, si nota subito che l’IDE è molto comodo e veloce nell’interazione con l’utente. La praticità di utilizzo è stata posta come uno degli obiettivi primari in questo ambiente.

Altra particolarità che si nota presto è che esiste un efficiente meccanismo di preview dei layout. L’aspetto dell’interfaccia viene velocemente mostrato in anteprima, non in maniera generica ma adattato realisticamente ad uno specifico modello di dispositivo.

Infine uno degli strumenti con cui si viene a contatto presto è Gradle. Si tratta di un prodotto di build automation molto diffuso nel mondo Java. La sua presenza si nota subito nella struttura del progetto. Si vede, a parte, una cartella denominata Gradle scripts. Al suo interno ci sono due file build.gradle: uno generale per tutto il progetto ed uno più specifico per ogni modulo che stiamo sviluppando.

I file Gradle sono scritti in linguaggio Groovy. Per chi non avesse mai usato questo tool è importare prendere confidenza presto con le sue direttive, almeno quelle di maggiore importanza come dependencies, necessaria a risolvere le dipendenze del progetto.

Spesso il programmatore sarà chiamato ad introdurre modifiche ad uno o più file build.gradle, ed in questi casi sarà molto importante premere il pulsante Sync Projects With Gradle Files dopo il salvataggio, affinché i cambiamenti apportati vengano assimilati dal progetto.

Qualora il lettore volesse approfondire ulteriormente l’uso di Gradle può consultare un recente articolo su HTML.it.

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